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C’era una volta il rispetto.


In un momento storico in cui ci si spertica ad arzigogolare sempre più le imperscrutabili vie del politically correct, rendendolo sempre più strumento funzionale ad imporre un pensiero unico dominante, fatto di presunzioni e diktat (dogmi insindacabili), secondo cui ogni aspetto della vita umana e della consueta comunicazione debba necessariamente vedere un risvolto che possa comportare una qualche controindicazione, tale per cui vada stigmatizzato secondo l’imperio di questa nuova estrema religione (non saprei definirlo diversamente…), assistiamo parallelamente ad episodi in cui si denota una maggiore e preoccupante caduta del rispetto reciproco tra persone.

Se da un lato assistiamo a banalità (le definisco “scemate”, degne di una civiltà in involuzione…) per le quali anche entità di respiro pubblico veicolino messaggi in cui si reputa necessario istituire la lettera “scevà” (e capovolta = Ə) per indicare asessuatamente un gruppo misto di persone, abolendo, così, l’utilizzo del plurale maschile (peccato che in lingua italiana questo plurale maschile si chiami “nome collettivo di persone” e le persone sono già un termine generico…), creando, però, di converso il problema opposto a favore del genere femminile (ad esempio, quando scrivi “lƏ associatƏ”, stai privilegiando palesemente il sesso femminile poiché per gli uomini varrebbe “gli”… allora meglio non metterlo l’articolo determinativo!), come se fosse quello che induce chi legge a pensare che quel messaggio sia rivolto a tutti i generi, mentre è già ovviamente chiaro che sia così, poi ci si trova a confrontarsi con il prossimo di tutti i giorni.

E qui casca l’asino.

Quelli come me fanno parte di una generazione che, ahimè, hanno inteso crescere la propria prole con la chiara missione di non fargli mancare mai nulla (neppure il superfluo) e di risolvergli ogni problema.

Sono quelli che in molti casi hanno ritenuto definirsi “amici” dei propri figli (prendo le distanze da ciò in quanto reputo che mio figlio debba vedere “il padre” in me, per quello che ciò significhi a 360° e non un amico) e che in relazione a ciò hanno derogato a tutta una serie di atteggiamenti di rispetto, fossero anche e solo di natura formale (ma la forma aiuta ad apprezzare la sostanza…) a cominciare dal “tu” e dal “lei” che tanto distingue (distingueva) la nostra lingua da quell’idioma “barbaro” (seppur imposto come lingua universale… Chi vince le guerre impone le sue regole…) che è l’inglese.

Ai miei tempi mi veniva insegnato, sin dalla tenera età delle scuole elementari che agli “adulti” andasse dato del “lei”. E ciò non perché si volesse creare distanza ma per abituare al rispetto verso chi è chiaramente più esperto della vita e che magari ha anche qualcosa da insegnarmi.

Questo predisponeva il giovane ad elaborare un chiaro distinguo tra quelli come lui e gli adulti, rendendolo consapevole delle normali differenze culturali, esperienziali, umane, di chi minorenne e chi non più.

Esiste ancora qualche ragazzino che dia del “lei” ai genitori del compagno di classe?!?

Praticamente no o solo in rarissimi casi.

L’avessi fatto io, ai miei tempi, sarei stato subito ripreso dai miei genitori che, davanti all’altro, mi avrebbero rimproverato, indicandomi che andava dato del “lei”. Non era mortificazione gratuita, era un insegnamento che avresti ricordato anche dopo.

L’educazione verso le persone è un imprinting che deve essere generato sin dai primi anni di vita e anche questo fattore ne è parte.

Perché non siamo tutti uguali in termini di persone, ruoli, funzioni ed esperienze.

Quando una civiltà come la nostra professa in maniera più o meno dichiarata e serpeggiante che tutti siamo di pari livello di dignità, sta commettendo un grave errore.

I diversi livelli sono funzionali alla tua generale maturazione nella vita vissuta quotidianamente.

Se ciò fosse stata davvero l’essenza dell’educazione impartita alle nuove generazioni, nessuno si permetterebbe di mancare di rispetto ad un proprio insegnante o ad un medico.

Con la strumentale narrazione dell’appiattimento al ribasso della dignità di tutti e di ognuno non si riconosce più l’autorevolezza di chi deve averla riconosciuta e si crede che tutto sia permesso in ordine a qualunque mancanza di rispetto, perché non la si reputa nemmeno più una mancanza.

Con l’aggravante che quando non sai più riconoscere rispetto/autorevolezza tendi a non dare più nemmeno tanta importanza a quello che l’altro vuole trasferirti e ne è prova il livello di degrado culturale di queste ultime generazioni e della scuola italiana in senso generale.

Ma forse tutto ciò conviene a qualcuno?!?

Lo sospetto fortemente.

Una civiltà priva di cultura, allo sbando e senza storia (perché non la conosce più…) diviene facilmente preda di un certo potere economico/finanziario e facilmente controllabile e plagiabile.

Un certo tipo di pensiero preferisce che le genti non pensino troppo (quindi che non rompano troppo le scatole facendo analisi sullo stato delle cose, che si vogliono evitare…) e che siano bravi solo a rivestire il ruolo di “consumatori”, magari indebitandosi per essere ancor più facilmente gestibili.

Certamente i pensatori ci saranno sempre ma le masse diverranno ancora più masse.

Ed è quello che si vuole, perché anche un grande pensatore se non ha una massa sensibile ai suoi ragionamenti non vedrà mai il sollevamento che su molti temi dovremmo tutti avere.

 

 

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