
La vigilia è sempre stata una giornata molto particolare.
Chi si affanna per i regali dell’ultimo minuto e chi ai fornelli per ben figurare con gli ospiti della sera più speciale dell’anno.
Le strade delle città sono un brulicare di folla, più confusa che persuasa, che cerca di rendere più gradevole il ricordo di questo giorno.
E poi c’è pure chi il Natale non ce l’ha.
Penso a chi non ha nessuno e quando pure ce l’ha, non ha più alcun contatto e magari non ha nemmeno più nulla.
Sono i soli e i poveri di ogni tempo a cui ogni anno, inevitabilmente, rivolgiamo il pensiero.
Sarebbe bello ce ne potessimo ricordare ogni giorno.
Adoro le famiglie che riescono a ricreare quell’atmosfera serena e compagnona per cui questa festa diviene davvero motivo di grande unione e solidarietà.
Ma ce n’è sempre meno.
Natale è sempre stato per me un evento di cui ho sempre subito il fascino e l’atmosfera, il bello e il malinconico.
I miei ricordi di bambino mi catapultano in serate trascorse con la mia famiglia e i miei zii e tante risate.
Era un tempo necessariamente diverso da quello che vivo adesso.
Sono profondamente convinto che il Natale di un tempo fosse meglio di quello che viviamo adesso.
Non perché voglia essere forzatamente romantico del passato ma sol perché esisteva un concetto di famiglia diverso da quello che vedo adesso.
Non c’erano i social ma c’era il telefono, quello che serviva per programmare il menu della vigilia e del 25, quando tra la mia mamma e sua sorella ci si organizzava per capire chi doveva preparare o portare cosa e invitare chi.
Tanto tempo fa c’era una pubblicità che recitava “il telefono, la tua voce”: voleva dire tanto.
Perché la voce non è un vocale su WhatsApp, ma è molto di più.
E non è nemmeno un messaggio di testo, pure se con tante emoji o, peggio ancora, la bella immagine trovata in rete per augurarti buone feste, riciclata a tutti i contatti della propria rubrica.
Era contatto, sostanza, rispetto e considerazione. Tutte cose autentiche, perché la voce non tradiva e la dovevi usare in tempo reale e non costruendo un messaggio ad arte che puoi cancellare prima di inviare o rifare se pensi di doverlo fare meglio.
Anch’io mi sono uniformato agli auguri whatsappiani ma lo faccio malvolentieri, per circostanza.
Come lo fanno in molti nei miei confronti.
E allora penso e dico: esiste ancora l’amicizia e il vero rispetto per come li si intendeva un tempo? O è forse solo una maschera che si indossa perché ce ne importa sempre meno del prossimo?
E non sono le guerre che fanno di questo Natale un evento un po’ più triste, perché, ahimè, ci sono sempre state, in qualche parte del mondo.
È semplicemente dovuto al fatto che vedo un mondo fatto di gente sempre più fredda e distaccata, che ama e rispetta più i cani e i gatti che le persone e proprio per questo crede di essere nel giusto.
Peccato che sia la stessa gente che poi pontifica su politically correct e diritti di genere.
Quando poi non conoscono nemmeno la faccia del vicino di casa e fanno di tutto per evitarlo.
Siamo molto più soli di un tempo e pochi se ne rendono conto.
Ma abbiamo scelto che sia così.
Peccato. Ci credevo sino a qualche anno fa. Ora non più.
Forse sarà che siamo un po’ tutti presi da troppi affanni e sovraffollati pensieri ma mi piacerebbe che oggi questo pazzo mondo celebrasse questa giornata per quello che è: la nascita di chi ha indicato che la strada è quella dell’amore e del perdono e non del rancore e dell’odio. La nascita di un nuovo sentimento.
La strada del dono, ma non quello di natura commerciale, bensì quella in cui puoi donare quello che di buono hai dentro a chi ne ha bisogno.
Quella strada per la quale dovremmo capire quanto siamo davvero piccini se commisurati alla grandezza del Creato e quanto il nostro misero atteggiamento di rincorrere il tempo sia, alla fine, una stupida convenzione che ci siamo malauguratamente imposti.
Quando, per mille motivi, non puoi più fare quello che facevi prima, ti accorgi che in fondo poco o nulla è davvero indispensabile o urgente. E nemmeno tu lo sei.
E allora se devo fare un augurio sincero mi sforzerò di formularlo in maniera diversa dal solito.
Vorrei che il ricco capisse davvero cosa significhi essere povero e chi ha potere comprendesse chi non ne ha, così come chi è circondato di affetto comprendesse i soli e gli emarginati, gli ultimi.
Basterebbe davvero poco per farlo.
E vorrei che chi ha sbagliato avesse una seconda possibilità, perché a nessuno vada mai negata.
Ci sono persone sbagliate perché sbagliate sono state etichettate dagli altri.
Ebbene, anche a loro rivolgo lo sguardo, affinché si sentano meno sbagliati e ritrovino la fierezza della vita.
Perché se esistiamo ci sarà un motivo diverso dal lavoro, dal potere, dai ruoli e dalle convenzioni. Un motivo più vero, più profondo: perché forse siamo qui solo per dimostrare di meritare quello che sarà la nostra vera essenza di un giorno, quel giorno che tutti auspichiamo sia quanto più lontano possibile.
Quella diversa vita in cui nessuno ti giudicherà più e nessuno avrà più nulla da recriminare.
E allora ricominciamo da qui, salutando con affetto anche chi non conosciamo, perché oggi è Natale e perché un sorriso sincero è la cosa migliore che puoi offrire anche a chi non conosci.
E allora, a chi mi conosce e a chi no, a chi mi stima e a chi no, a chi mi vuol bene e a chi no, rivolgo sinceri auguri di buon Natale 2025.
Merry Christmas!