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La perversione dei ribassisti


Mi capita spesso di confrontarmi su temi politici o sindacali con chi, avendo vissuto “stagioni del nulla”, in cui poco o niente ha ricevuto per mano dell’azione delle categorie sopra citate, interpreti ogni cosa come “grazia ricevuta”, alla stregua di chi affamato riceva un piatto di lenticchie: non gli stai dando caviale e champagne ma per uno che non mangia da un po’ è come se lo fosse.

Intendo dire che se sei abituato ad avere poco, troppo poco, anche chi ti porge il “quasi nulla” rischia di diventare un eroe a quegli occhi ormai rassegnati.

Ed ecco che nasce quella dialettica per la quale sostengo che si potrebbe fare di più, molto di più.

Solitamente lo dimostro con i fatti, quando ne ho la concreta possibilità e questo genera sentimenti diversi.

Da un lato il sospetto di quanti, pavidi, ipocriti e mediocri, ipotizzino chissà quali secondi fini, dall’altro la minimizzazione funzionale a non riconoscere strumentalmente alcun merito all’azione effettuata: sarà sempre “poca cosa” o “cosa inutile” quella che si sarà messa in campo, onde dimostrare il fatto che c’è sempre bisogno d’altro e che comunque poco hai concluso. Si chiama invidia. Quella di coloro che si accorgono che avevi ragione e non lo vogliono ammettere.

Poi, ovviamente, c’è anche chi appprezza.

Che il “benaltrismo” sia malattia di questi tempi è cosa nota, peccato però che stia sempre nella testa di chi personalmente non sa far nulla e nulla voglia fare, limitandosi a pontificare sugli altri.

Se hai la soluzione in tasca scendi in campo concretamente e dimostralo!

E invece no, è più facile sputare sentenze.

Sono sempre stato uno che ha privilegiato la propria onestà intellettuale al profitto personale (sarò forse troppo romantico?!?) e per questo non ho avuto il cinismo adeguato ad approfittare di qualche situazione che, laddove fossi stato più perfidamente spregiudicato, mi avrebbe comportato vantaggi importanti.

Ma va bene così: quando sento parlare i “ribassisti”, quelli abituati al nulla e appiattiti sull’inattivismo, provo un forte senso di tenerezza…

Nulla hanno capito e nulla mai capiranno.

È il motivo per il quale queste persone sanno criticare e basta.

Ma se li metti alla prova non sanno organizzare né, tantomeno, adoperarsi in prima persona.

Poveretti, risultano davvero piccini!

Quando un giorno passerò a miglior vita mi auguro di essere ricordato solo per una qualità.

Non brutto, bello, buono o cattivo ma chi parlerà di me dovrà poter dire: era affidabile.

 

 

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