
Quando fai un lavoro da tanti anni è inevitabile che ti ci possa anche affezionare.
Anzi, è proprio quello che dovrebbe essere auspicabile.
Pure quando quel lavoro ti sia “capitato” in contrasto con le tue reali aspirazioni, ambizioni, competenze e capacità.
La classica situazione in cui ti devi far piacere quello che hai…
Ed anche se non ti soddisfa del tutto perché ti vedi “depotenziato” per quello che potresti davvero dare, è indubbio che, prima o poi, ti nasce nell’animo quel pizzico di orgoglio e spirito di appartenenza che è alla base di qualunque motivo di impegno lavorativo.
E vorresti davvero che quella tua collocazione fosse sempre più vicina ai tuoi “desiderata” e supportata da una reale cultura del “bello” in ogni suo aspetto.
E sì, perché l’italiano ci nasce con la cultura del “bello” sempre e comunque.
Viviamo in un Paese che, inevitabilmente, ti abitua a ciò.
Siamo circondati da bellezze di ogni tipo, a cui, spesso, facciamo abitudine, non rendendocene nemmeno più conto.
E quindi sei potenzialmente portato a tendere a ciò, in ogni espressione della tua vita vissuta.
Anche sul lavoro.
Ma non sempre mi accade di esserne convinto nella fattispecie della mia collocazione lavorativa.
Faccio parte di un comparto pubblico che ha subìto per anni l’infamia e l’ingiuria dell’opinione pubblica, aizzata da dichiarazioni e norme populiste e demagogiche che hanno voluto strumentalmente identificare in questo comparto uno dei mali italiani, per farne campagne elettorali, fatto salvo, poi, compiere un’inversione a “U” davvero imbarazzante, resisi conto che così inutile non era.
Le ex Province, oggi identificate con nuove denominazioni, come le Città Metropolitane, hanno come scopo principale la gestione di funzioni e servizi a livello territoriale che superano i confini comunali, come la viabilità, l’edilizia scolastica superiore, la tutela dell’ambiente e lo sviluppo economico. Sono enti intermedi tra i Comuni e la Regione, con l’obiettivo di coordinare e promuovere lo sviluppo delle comunità locali.
La riforma delle Province, ha ridisegnato le funzioni delle stesse, trasferendone alcune alle Regioni e ai Comuni. Tuttavia, le Province (o enti di area vasta) continuano a svolgere un ruolo importante nella gestione del territorio, con particolare attenzione alla sicurezza degli edifici scolastici, alla viabilità e alla tutela dell’ambiente.
Le ex Province sono quindi enti fondamentali per l’organizzazione del territorio e per garantire servizi essenziali ai cittadini, soprattutto in ambiti che richiedono una gestione sovracomunale.
Di fatto, così inutili non sono…
Ed in fondo sono abbastanza orgoglioso di farne parte.
Purtroppo, però, mi accorgo che quel “bello” che vorrei vedere ovunque, sempre e comunque, non sempre collima con la realtà.
Parlo di “bello” non solo in senso concreto ma anche metaforico, ovviamente.
Ultimamente si assiste ad una nuova ondata di mortificazioni a carico di questi enti, a partire dal mancato rinnovo dei CCNL di comparto (scaduto nel 2021!).
Il populismo a cui si accennava in precedenza, lo smantellamento paventato e poi la retromarcia, la trasformazione avvenuta (in molti casi malfatta), hanno comportato una inevitabile conseguenza a tutto ciò.
Il livello di soddisfazione tra chi ne fa parte è sceso ai minimi termini.
Le mortificazioni (morali e materiali) fanno questo effetto, di solito.
Ed anche in specifiche e singole realtà si palesa un’inerzia che colpisce molti aspetti della vita lavorativa vissuta dai propri appartenenti e che colpisce tutti gli ambiti.
Dalla cura degli sedi materiali degli uffici all’attenzione per tutti gli istituti che contribuiscono a rendere più dignitosa la paga mensile dei dipendenti.
Come quasi a dire “ringraziami se ancora ti mantengo uno stipendio mensile, a te che sei un sopravvissuto!”.
Anche istituti consolidati, in ambiti di salario accessorio ad esempio, sembra debbano essere costantemente oggetto di solleciti, soprattutto da parte delle organizzazioni sindacali, quasi non si riesca spesso ad adempiere in maniera lineare a nulla di quanto comunque ampiamente previsto dalle norme.
E tutto questo, certamente, “bello” non è.
Dico sempre che “u saziu non po’ cririri o diuno” e quando si parte dal presupposto che i diritti altrui sono sempre rinviabili perché tanto, comunque, camperai uguale, qualcosa non funziona.
E ti crea malessere.
Questo malessere comporta il concreto rischio che molti possano perdere mordente verso quello che fanno e da quel momento si limitino a “fare il compitino” anziché porvi lo zelo necessario a fare le cose, sempre più cose, nella maniera migliore nella quale andrebbero fatte. E questo non è “bello”. Non si raggiungono grandi performances così…
A poco vale somministrare sondaggi sul benessere organizzativo aziendale o stilare risme di fogli in excel con obiettivi di facciata, se poi la squadra non ti segue più è tutto e solo “anima e pensiero”.