
Mi è già capitato di scrivere di giovani e contemporaneità e l’ho fatto con uno spirito critico verso una generazione, quella di mio figlio diciottenne, a cui abbiamo cercato di dare tutto per renderli più felici o più “completi” di come fossimo stati noi alla loro età.
Non felici nel senso che a noi mancasse la felicità in quanto tale, ma nell’intenzione di dargli ciò che noi non potevamo avere, pensando che questo contribuisse ad aumentare ancor di più la loro personale ed intrinseca felicità. Perché se li vediamo felici siamo felici pure noi.
Un moto di egoistico altruismo, ma figlio comunque di amore incondizionato, come solo verso un figlio si riesce a concepire.
La mia critica non è mai stata realmente indirizzata a loro ma piuttosto a me, a noi genitori, che forse saremmo dovuti essere più cinici nei confronti del loro mondo.
Forse la voglia di proteggerli ci ha reso troppo “chiocce” e non è riuscita a fargli comprendere come il mondo sia, spesso, un brutto posto.
Non gli volevamo spegnere l’idea, il sogno, che, in fondo, questo mondo non sia fatto di sola cattiveria e caustico interesse.
E così facendo li abbiamo resi deboli. A volte incapaci di affrontare la vita reale.
Non riuscirei ad immaginare una vita senza mio figlio e quando ascolto le testimonianze di chi, da genitore, ha perso il meglio di sé, il proprio figlio/a, nel rogo di Crans-Montana, faccio fatica a trattenere le lacrime. Anzi, non le trattengo proprio.
Eppure dovremmo imparare ad insegnargli che il mondo non è solo rose e fiori.
Se quel rogo è stato conseguenza del perseguimento del massimo lucro a tutti i costi, in generale bisognerebbe spiegargli ad essere più cattivi e come la cattiveria esista, inconcepibilmente dalla loro indole.
Quando sembra che apparentemente critichi questa generazione, in fondo è perché li vedo troppo buoni, molto più buoni di me alla loro età. Probabilmente ingenui.
E vorrei proteggerli.
Proteggerli da chi non è come mio figlio e non ha i valori che ho cercato di trasmettergli.
Se mi chiedessero qual’è il sentimento dominante di me genitore, non avrei esitazione nel dire: la paura.
Ho paura di ciò che sta lì fuori e contro il quale mio figlio, forse, non ha gli anticorpi che vorrei che avesse.
Forse sarà che la mia generazione viveva una realtà più concreta perché figli della televisione e non dei social, in cui da bimbi potevamo certo guardare i cartoni animati ma, in qualche modo, pur se per indotto, dovevamo assecondare i nostri genitori seguendo il telegiornale quando si era a tavola e di conseguenza cominciavamo a capire cosa ci fosse fuori di casa.
I social non lo fanno. Dipingono una realtà finta e i nostri giovani non seguono più la televisione.
Non vedono il male. In fondo sono migliori di noi ma rischiano di trovarsi fuori posto.
Anche ai miei tempi c’erano i bulli ma non si chiamavano così: erano quelli che dovevano infastidirti a tutti i costi, forse perché vivevano malesseri familiari mai confessati e sfogavano le loro insoddisfazioni su chi apparentemente più debole ma in realtà più educato.
Non ne facevamo un caso di stato (anche se intimamente ne soffrivamo parecchio…) e quando accadeva qualche sopruso quasi mai lo raccontavamo ai nostri genitori, quasi vergognati di non riuscire a risolvere da soli.
Anch’io ho vissuto episodi simili ma alla fine ho reagito. E così facendo ho capito che educatamente subire o ignorare ha un confine oltre il quale la reazione è doverosa.
Avevo imparato una grande lezione: non puoi raccontare poesie a chi brandisce una spada e così imparai a fare a botte.
Deprecabile? Non credo. So solo che quando reagì verso il compagno che frequentemente mi infastidiva, presi più coscienza di me e dei miei mezzi e dall’altra parte assistetti ad una reazione stupita, quasi comica: non se lo aspettava e si prese le botte.
Paradossalmente, poi, diventammo pure amici e compagni di banco.
Stavo, evidentemente, maturando la mia personalità.
Quando sento di ragazzi che si tolgono la vita perché vittime di uno sfottò di qualche compagno cretino, soffro come fosse mio figlio.
Ma il problema vero non è del cretino ma forse del fatto che questa generazione fatica a trovare una propria dimensione di personalità autonoma.
E così torniamo all’educazione che gli abbiamo impartito.
Di cretini, in fondo, è pieno il mondo e non a caso si suole dire che la mamma dei cretini sia sempre incinta…
Ma vorrei che i nostri giovani capissero che il mondo alla lunga non darà soddisfazione a costoro e che, prima o poi, emergerà chi sa tenere la barra dritta.
E se questo significa reagire, anche duramente, che ben venga.
Personalmente cerco di essere presente con mio figlio ma non nascondo che cerco anche di indurlo a pensar male e non solo bene.
Non facciamo gli ipocriti o i buonisti a tutti i costi: in ogni espressione della vita quotidiana devi perennemente difenderti da qualche fregatura e vorrei che mio figlio lo capisse per tempo.
E se questo comportasse perdere qualche illusione, poco male.
Prima comprenderà che tanti sono gli stronzi e pochi gli amici veri, così prima imparerà ad essere uomo e non bimbo ad oltranza.
Qualche anno fa ci fu chi definì i giovani del momento come “choosy” (schizzinosi) ma non era così. Eravamo, già da tempo, noi genitori che li stavamo illudendo che il mondo fosse più bello di quanto in effetti sia.
Motivo per il quale, quando maturi si accorgono della verità, fanno fatica ad abbandonare la casa d’origine, passando per mammoni o mantenuti.
Invero hanno solo paura di quello che non hanno compreso per tempo.