
A tanti sarà capitato di dover trascorrere qualche giorno in ospedale, perché si è incappati in un problema imprevisto o sol perché si era già in lista per un ricovero o un intervento programmato.
Ed allora ecco che ti accorgi di come tante delle cose quotidiane, a cui solitamente dai una fondamentale importanza, sembrano improvvisamente perdere il loro apparente valore e tutto assuma contorni meno definiti. Perché sei costretto a non farle e ti rendi conto che, in fondo, importanti non lo erano davvero.
In fondo tutto è relativo, se inquadrato nel giusto contesto…
Il tempo sembra magicamente rallentare e quando sei nel letto di quell’ospedale, quello stesso maledetto tempo che in tutti i tuoi giorni sembra non bastare mai e che perennemente rincorriamo, in quella vita trascorsa a correre in questa perversa “ruota del criceto” che è la nostra esistenza, quel tempo non passa più come prima.
Assisto con rispetto al laborio di medici ed infermieri attorno a me, ma sembro essere entrato in una dimensione che molti hanno dimenticato: quella dell’ozio e dell’attesa.
Mi accorgo d’un tratto come ciò, che per chi ti sta assistendo, è vita quotidiana, lavoro, per me è soltanto vita sospesa, “limbica” e comprendo improvvisamente come tutto sia effimero.
Mi trovo nello stesso contesto di chi sta compiendo con dedizione il proprio lavoro ed invece mi sembra di assistere ad un film proiettato su uno schermo distante, che hai poca voglia di guardare ma che devi guardare tuo malgrado e la cui durata sembra eterna.
Ti rendi conto che tante, troppe, delle cose che reputiamo prioritarie non lo sono affatto e che quei giorni trascorsi in quel letto di ospedale, pur se fastidiosi, noiosi o dolorosi, ti insegnano qualcosa: prenditi tempo sino a che hai tempo, perché quando non hai più nulla da fare e da dire e nemmeno qualcuno con cui farlo, ti accorgi che, forse, avresti potuto fare di meglio e cominci a vedere in modo diverso quello che ti circonda, le cose, le persone.
Ecco, le persone, quelle care che magari hai trascurato tuo malgrado, perché avevi sempre qualcosa da fare, comprendi come siano il vero valore della vita, senza le quali poco varrebbe il resto.
E mentre mi soffermo con la mente su queste esistenziali riflessioni, una voce dal tono autoritario mi scuote di soprassalto: “è l’ora di misurare la pressione!”.
È l’infermiera di turno a cui porgo diligentemente il braccio, mentre mi continuo a domandare se chi sta agendo su quel macchinario collegato al mio arto sia davvero consapevole di quanto anche lei corra su quella stessa “ruota” e se riesca a trovare il tempo dell’ozio e del pensiero.
Quel tempo senza il quale saremmo solo macchine che vivono per lavorare e non uomini o donne che lavorano per vivere.
E ti accorgi che ogni tanto, fermarsi, anche quando lo fai solo per obbligo, serva a riflettere e ad imparare di più su di te e su chi ti circonda, anche quando potrebbe pure risultare doloroso.
Perché non sempre le tue riflessioni si orientano sui massimi sistemi, in quanto spesso ti aiutano a capire cosa hai sbagliato e come puoi rimediarvi.
Così come quando ti procurano rimorsi o rimpianti: anche quello è un modo per alimentare la tua anima e crescere mentalmente e moralmente, soprattutto se, grazie a ciò, sarai capace di arrivare alla maturità vera di saper riconoscere i tuoi errori e imparare da essi, certo del fatto che difficilmente ne rifarai di simili.
Conosci un metodo migliore per crescere se non quello di pensare?
Io no… Prendiamoci più tempo per farlo finché ne abbiamo il tempo…